Dormiamo benissimo nella confortevole stanza del Best
Western. Dopo un’altra deliziosa colazione al “Pancake Haus”, io mi dilungo al
pc con mail e telefonate e, prima di lasciare Moab, approfitto di asse e ferro
da stiro per sistemare un po' il nostro guardaroba.
Così, sono già le 10,30 quando rientriamo nell’Arches National
Park per vederlo anche con la luce del mattino… e in effetti con la luce del
mattino tutto ha un altro aspetto, sempre stupendo.
Ci fermiamo ancora nella meravigliosa ‘Park Avenue’ per
qualche foto.
Rivediamo e rifotografiamo l’incredibile Balanced Rock, poi seguiamo
la deviazione fino a Turret Ach e infine ci inoltriamo a piedi su sabbia e rocce,
alla ricerca di Window South e Window North. Non c'è nessun altro oltre noi e
la passeggiata ha un sapore avventuroso, anche perché io dimentico di calzare
scarpe chiuse e, mentre Paolo è già un centinaio di metri avanti, mi trovo a
girovagare con i sandali su rocce arroventate, tra sassi e cespugli...tutti
luoghi dai quali mi pare possano sbucare i ogni momento frotte di serpenti a
sonagli, scorpioni e compagnia bella, insomma gli animali che qui sono di casa.
Procedo però impavida (battendo di tanto in tanto le mani per far rumore...). Ci
addentriamo in una complessa formazione di rocce e all’improvviso scopriamo le
due ‘finestre’ aperte in alto nella roccia rossa sul cielo blu intensissimo; soli
e lontani dal sentiero, riusciamo a respirare completamente questa atmosfera
surreale, ma allo stesso tempo estremamente reale e concreta…sassi, rocce dalle
forme inverosimili, arbusti tenaci, insetti ed animali che riescono a
sopravvivere a queste temperature, praticamente senza acqua (e che
fortunatamente io non vedo, tranne le indaffaratissime formiche che
costruiscono ovunque piccoli coni di sabbia rossa intorno alle aperture dei
loro formicai).
In auto, proseguiamo fino a Devils Garden (io mi chiedo il perché
di questo nome): qui la strada finisce e ci avviamo a piedi lungo il trail, ben
equipaggiati con acqua, cappello di paglia (io) e tovagliolo bianco con nodini
agli angoli stile Lawrence d'Arabia (Paolo). La poesia indescrivibile di
anfratti, campanili, pareti, ed archi incredibilmente slanciati (il Landascape
Arch sembra proprio sospeso per miracolo) deve lottare con un caldo infernale
(e qui astutamente capisco il perché del nome Devils Garden) e con l'affanno di
un faticosissimo camminare (anche in salita) sulla sabbia finissima e rovente.
Paolo è sul punto di liquefarsi ed io davvero non mi ribello all'idea di
rinunciare all'ultimo tratto di percorso, lungo e ancor più in salita… con
questo caldo rischieremmo un infarto.
Rientriamo a Moab; mentre Paolo recupera le forze dopo la
camminata schiacciando un pisolino, io mi occupo della spesa nel supermercato;
segue un veloce picnic sotto gli alberi
del distributore e poi il pieno di benzina.
Torniamo nella zona nord di Moab, dove io sto quasi un’ora
ad acquistare fossili e pietre per i miei nipotini (devo rinunciare
all'acquisto di uno splendido, enorme pezzo di femore fossile di dinosauro, una
vera occasione...solo 4 milioni e mezzo di dollari!). Mentre io mi aggiro tra
banchi (in parte sotto il sole rovente) con migliaia di pietre, pietruzze, conchiglie,
ossa e fossili, Paolo dorme come un ghiro all'ombra di fresche frasche
(poverino...oltre alla faticata delle camminate, stamattina si era svegliato
alle 5 e mezza, mettendosi a lavorare a questo blog) .
Dato l’anticipo sulla nostra tabella di marcia, ieri abbiamo
deciso per una deviazione dal percorso, verso luoghi che ho sempre ‘sognato’ e
visitato con google innumerevoli volte: Telluride, Mount Sneffels, Ouray. Paolo invece è attratto da Durango, con la sua
ferrovia e le locomotive a vapore.
Alle 4 pm circa, partiamo da Moab e imbocchiamo la strada
46.... La Sal, Naturite… il paesaggio cambia; diviene sempre più verde. Guido
io finché improvvisamente la strada percorre il ciglio di un burrone. L’esperienza
del Logan Pass ha lasciato il segno! Paolo mi dà il cambio, proseguendo nel
canyon: giungiamo in Colorado entrando in una immensa vallata, praticamente
disabitata, che si allunga in praterie e foreste. La strada ha ora il numero 90
e passa da Naturita (paesino che pare viva di bomboloni a gas e rottami, anche
se è evidente e contrastante uno sforzo di miglioramento: c'è qualche casa davvero
decorosa, un saloon ed una piccola, bella biblioteca).
Il paesaggio diventa man mano sempre più verde e
all'orizzonte appaiono le Rocky Mountains; giungiamo su un altopiano fertile e vastissimo,
costellato da ranches e dominato dalle Rocky Mountains con il cono perfetto del
Lone Cone (che io per un po’ penso sia il Mount Sneffels).
Ci fermiamo in un grazioso lodge di Norwood e ceniamo in un
saloon tipico, tutto in legno e frequentato da persone socievoli (e chiassose,
quando giocano a biliardo).
Veramente piacevole la cena: Paolo sceglie una New Yorker
(bistecca) di 8 once, mentre io mangio il piatto tipico locale: pesce gatto,
ottimo!
| Tramonto a Norwood |
| Cena al Saloon di Norwood |
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