Venerdì 14 settembre 2012
Colazione spartana al Boy Motel, poi via di corsa a
realizzare di uno dei miei ‘sogni’: un tour in barca sul Powell Lake. Com’è
come non è, ci troviamo solo noi due su un battello pulitissimo, con acqua
fresca a disposizione, restrooms e panchette panoramiche ombreggiate dalla
tettoia: con sottofondo di musica nativa americana, il ‘nostromo’ Jo ci porta
alla scoperta del mondo incredibile disegnato dal Colorado e dai suoi
affluenti. Rocce di diversa origine, dalle mille sfumature di colori, sono
state modellate, scavate, scolpite. La diga, ultimata nel 1964, ha creato un
lago, riempiendo di acqua i canyons e le frastagliate, infinite insenature.
Impossibile descrivere i giochi di luci e di riflessi creati da acqua, rocce,
sole, cielo.
Entriamo in una profonda e sinuosa insenatura, che si restringe
fino ad una decina di metri: sembra di percorrere un corridoio, l’acqua è uno
specchio e le pareti di roccia si immergono a picco…dopo le prime esclamazioni,
Paolo ed io non abbiamo più parole.
Scattiamo foto, ma sappiamo che non sarà possibile ricreare
l’atmosfera altro che dentro di noi…questa è una delle cose più belle che
abbiamo mai visto e fatto.
Jo approda su una spiaggetta, nel silenzio assoluto al fondo
dell’insenatura. Percorriamo il sentiero di sabbia che si inoltra tra le rocce,
tra grandi fiori bianchi in cespugli verdissimi, dato che è piovuto due giorni
fa.
Ripartiamo col battello, incrociando altre imbarcazioni: è
divertente ‘ballare sulle onde create, come ci spiega Jo, dai turisti inesperti
che affittano motoscafi senza sapere che all’interno di queste gole strette le
rocce rimandano e intensificano le onde. Jo è un esperto e conduce
magnificamente il battello. Rientrando, approdiamo su una spiaggia di Antelope
Island: Jo ci lascia una ‘libera uscita’ di 10 minuti per esplorarla…proprio
poco, ma dobbiamo rientrare per le 11 (parte il prossimo tour). Risaliamo rocce
e pietroni, il sole comincia ad picchiare. Paolo si ferma, io proseguo un poco,
tanto per vedere il lago dall'altra parte dell’isola. Un fischio del battello
ci richiama e accorriamo a bordo. All'arrivo al porto, sul pontile un folto
gruppo di turisti è pronto a salire a bordo; Jo ci dà il suo indirizzo email:
gli manderemo le foto fatte con lui (ci ha detto che siamo stati i migliori
turisti che ha mai avuto a bordo…esaltati come siamo Paolo ed io, gli abbiamo
fatto sentire il nostro entusiasmo e questo lo ha spinto a raccontarci tante
cose interessantissime durante tutta la gita).
Rientrati a Page, ordiniamo qualcosa per pranzo al “Dam
Bar”: attesa infinita, servizio pessimo … Dopo mezz’ora di attesa per un
burger, Paolo si infuria con la cameriera villana, che risponde alla sua pacata
domanda circa lo stato avanzamento burger con un secco “quando sarà pronto,
glielo porto”. Alla fine, dopo altri dieci minuti, sgarbatamente ci deposita
davanti il burger (e gratin di spinaci/carciofi per me) e poi ha anche il
coraggio di farci fretta per pagare il conto. Per la prima volta in vita sua,
Paolo non aggiunge al conto il famoso tip, anzi esprime le sue rimostranze alla
cassa.
Poco dopo, eccoci a bordo di uno degli innumerevoli jeepponi
che, traboccanti di turisti, fanno la spola tra Page e l’Antelope Canyon. La
corsa nella sabbia è divertente…sballottati senza tanti riguardi dall’autista,
dobbiamo aggrapparci saldamente ai sostegni, mentre veniamo schizzati da
spruzzi di fango e impolverati da nuvole di sabbia sottile.
L’Antelope Canyon è magico: anche se in settembre non si
verifica il famoso fenomeno della ‘cascata di lucè , è comunque un’esperienza
unica percorrere a piedi da cima a fondo gli 800 metri della gola scavata
dall’acqua, che ha lasciato l’impronta della sua corrente vorticosa sulle
rocce. Qui mi rendo conto di quanto incisivo possa essere internet: il web
pullula di meravigliose foto dell’Antelope Canyon, che ora mi ritornano alla
mente e mi permettono di sovrapporre i rossi fuoco, gli ocra luminosi, i fasci
di luci a queste tonalità brune e ocra scuro, con sprazzi giallo dorato in alto
verso i ritagli di cielo. È come se vedessi il canyon contemporaneamente in due
stagioni. Siamo nel gruppo, una ventina di turisti, ma il canyon è percorso
avanti e indietro da altri gruppi, con le guide chiassose, tutti nativi, che
avrebbero bisogno di un buon corso in un istituto scolastico per il turismo, specie
le donne, scortesissime: si fanno strada a spallate, emettendo suoni gutturali
e trattando i turisti come mandrie.
La nostra guida, un ciccione maleodorante che blatera a
mulinello spiegazioni approssimative, si ostina a ‘far vedere’ facce, animali,
personaggi famosi nelle forme delle rocce. Ci toglie tutta la poesia, così
Paolo ed io ci distacchiamo e visitiamo il canyon per conto nostro, recuperando
l’atmosfera di mistero che lo pervade. Il ritorno, per me, è bellissimo: decido
di ‘non vedere’ turisti e guide e mi immagino di essere l’acqua…ne seguo le
impronte sulle pareti, i rimbalzi da una cavità all’altra, i vortici…
Il ritorno a Page è movimentato anche più dell’andata:
l’autista ha fretta di caricare il prossimo gruppo. Come all’andata, io sono
seduta proprio in fondo al jeeppone aperto e ho la visuale completa del
paesaggio: un lungo avvallamento ripieno di sabbia rossa, fiancheggiato da dune
e rocce altrettanto rosse; il sole picchia, fa caldissimo, il vento mi riempie
di sabbia i capelli…e tutto questo è forte, meraviglioso, indimenticabile.
Nel parcheggio troviamo la nostra auto arroventata.
Mi metto alla guida, direzione Jacob Lake. La strada è
scenografica. A Bitter Spring Paolo mi dà il cambio ed io approfitto per
scrivere questo blog. Poco dopo, però, una sosta si impone: il paesaggio si fa
imponente e all’improvviso, davanti a noi, si apre un doppio ponte sul
Colorado. È spettacolare, scattiamo un sacco di foto, poi io percorro il ponte
pedonale e Paolo mi viene a prendere in auto dall’altra parte.
La strada poi continua, sempre più bella: pianure, mesa,
foreste…con il solito sole accecante proprio nella direzione di guida,
giungiamo a Jacob Lake Inn, dove ci aspetta la ‘cabin’ prenotata da Page. È una
deliziosa casetta in legno nel bosco, la camera è accogliente, nel bagno non
manca nulla, ne siamo entusiasti!
Passando tra le casette di legno scuro per i vialetti nel
bosco, raggiungiamo il ristorante per la cena e ci aspetta la piacevole
sorpresa di un bellissimo ambiente rustico, con le pareti di legno tappezzate
da stuoie tessute a mano dai nativi americane. Proprio alle mie spalle ce ne
sono alcune splendide…care come il fuoco! Una piccola stuoia, di circa 40x60
cm., costa 280 dollari! La cena è ottima –per me trota e verdure, per Paolo un
arrosto di maiale con patate, mele, frutta varia.
Dopo cena, nello store, trovo finalmente il cappello da
cowboy per il mio nipotino Roberto; sono allettata dalle creazioni in
terracotta decorate con i tipici disegni dei nativi, ma i prezzi sono
proibitivi: una ciotola, un vaso possono superare i mille dollari. Piccole
coppette e minimi vasetti costano più di 200 dollari.
Tornando alla nostra casetta nel bosco, tra le punte dei
pini brillano le stelle e attorno cala un silenzio totale…
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