Mercoledì 19 settembre
Il mio sesto senso, ieri, aveva insinuato qualche sospetto
sullo stato dei pneumatici e Paolo previdente (dato che oggi ci aspetta la
Death Valley) fa controllare le gomme: seconda foratura!!
Paolo, lamentandosi del fatto che gli ‘faccio perder tempo’
fa ben 10 miglia tra andata e ritorno, per tornare a prendermi dopo aver fatto riparare
la gomma. Io, nel frattempo, in hotel non faccio nulla: scrivo solo 10 giorni
di diario del blog :)))
Lasciamo Las Vegas alle 10:20 scattando foto qui e là al regno
dell’illusione, così diverso, direi smascherato dalla la luce del sole.
Dal paesaggio già desertico del territorio di Las Vegas,
velocemente passiamo a terre sempre più aride. Entriamo nella Death Valley da
sud-ovest, provenienti da Shoshone. Io, che non so per quale motivo amo
moltissimo i luoghi deserti, sono letteralmente affascinata. Il termometro
sale. Attorno a noi spianate roventi, screpolate e bianche di sale, circondate
dune di ghiaia, massi e sassi che sembrano tizzoni e da montagne e rocce
contorte, impastate, tagliate, stratificate: le sfumature di colori sono
infinite, io vado in visibilio e scatto foto all’impazzata. Ogni volta che
usciamo dall’auto, veniamo investiti da zaffate roventi; si riesce a stare
fuori solo per pochi minuti, camminando su sassi ardenti che solo scorpioni e rattlesnakes
possono abitare. Ci fermiamo alle Ashford Mill Ruins: una toilette, in cui ci
guardiamo bene dall’entrare, e due arroventati, inutilizzabili tavoli da picnic
metallici, surreali.
Paolo conosce già questi luoghi e non sbaglia portandomi
nella spettacolare, meravigliosa Artist Drive, strettissima e sinuosa a ridosso
di alte rocce: una strada fantastica che in un saliscendi da lunapark si
insinua tra massi e scarpate di ghiaia dagli imprevedibili colori: amaranto e verderame, grigio e ocra, bruno scuro e azzurro.
Attraversando una spianata, tocchiamo i 114°F (45,5°C). Siamo
cotti, quando alle 4 approdiamo al Visitor Center di Furnace Creek. Una
simpaticissima ranger ci parla del ‘suo’ Oregon (il suo colore preferito è il
verde…forse l’unico che qui non c’è, se si escludono i pochi sparuti alberelli
attorno al parcheggio) e ci informa circa le modalità ‘safe’ di attraversamento
di Yosemite (c’è un pericolo di contagio da Hantavitus solo nelle tende di
certi campgrounds da cui staremo alla larghissima).
Sorpassiamo poi le dorate Sand Dunes, cosparse di
cespuglietti verdi, che ci appaiono dolci tanto è il contrasto con i luoghi da
cui proveniamo.
Nell’uscire dalla Death Valley verso Panamint ci aspetta
ancora una sorpresa: risaliamo dalla depressione e ci troviamo su un passo
attorniato da rilievi arrotondati bruno scuro, che improvvisamente precipitano
su una discesa ripida, aperta su una larga vallata trasversale: controsole, la
spianata è chiarissima, lucente, tagliata a metà dalla strada.
A metà della spianata ci fermiamo: argilla screpolata e
sale…ci manca proprio solo Clint Eastwood a cavallo! Dalle montagne paiono provenire
le note di ‘C’era una volta il West’...
Subito dopo c’è una stazione di servizio ed il nostro Panamint
Springs Resort, letteralmente in mezzo al deserto, costruito negli anni ’50. La
nostra sistemazione, previdentemente prenotata da Paolo ieri, è spartana, ma pulita
ed accogliente. Camera, bagno, arredamento ci riportano indietro nel tempo,
nell’atmosfera delle case viste al Clark County Museum. Fuori dalla nostra
porta, agavi e cactus.
A occidente, bassa nel rosa dorato del cielo, compare la
delicata fettina della luna crescente.
Ceniamo molto semplicemente, sotto la tettoia della
lobby-restaurant, immersi in un tramonto indimenticabile, mentre il caldo si
attenua di minuto in minuto. Immagino i luoghi della Death Valley, di giorno
preda dei vortici di calore, acquietarsi per la notte.
E indimenticabile è poi la stellata: la via lattea
attraversa la cupola scurissima del cielo, resa tridimensionale da milioni di
stelle brillantissime, piccole, grandi, minime…disegnano nel cielo qualunque
cosa la mia immaginazione voglia vedere…
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